Coronavirus-pregare on-line

Liturgia - Coronavirus: pregare on-line
Non è un semplice ritorno al tridentino

(di Assunta Steccanella, Lorenzo Voltolin)

L’epidemia da coronavirus (COVID-19), con tutte le conseguenze che ha generato, ha posto molte comunità cristiane di fronte a una situazione del tutto inedita. L’elemento più critico, che giorno dopo giorno si è rivelato fonte di un crescente senso di straniamento, è stata la decisione – presa responsabilmente dalle diocesi – di sospendere tutte le azioni rituali (a partire dall’eucaristia) e le varie attività pastorali che potessero generare assembramenti di persone.

Per consentire ai fedeli una qualche forma di partecipazione a messe celebrate per loro anche se non con loro, molte comunità hanno scelto di trasmettere le celebrazioni sulle reti televisive locali o in streaming. Altri tentativi di colmare il vuoto che si veniva creando si sono sviluppati intorno alla proposta di sussidi di preghiera in famiglia, mentre in numerose parrocchie è stata decisamente promossa l’adorazione eucaristica.

Inevitabilmente il clima generale ha sofferto, almeno nei primi giorni, di una certa confusione.Semplificando un poco, è possibile ricondurre le reazioni a due tendenze di fondo, l’una che resiste alle indicazioni dei vescovi, stigmatizzando una sorta di arrendevolezza alle pressioni socio-politiche e ricordando che «un cristiano non sospende la liturgia»; l’altra che, pur riconoscendo la necessità delle decisioni, trova molto deboli le proposte alternative emerse e, in particolare, critica l’opportunità di collegarsi virtualmente per «assistere alla messa senza popolo»: si mostrerebbe così prevalente, e insuperata, la mens tridentina, nella sostanziale dimenticanza del dettato del Vaticano II.

Pur condividendo la pertinenza degli appelli al Concilio, sembra però che nell’attuale complessità ci sia un elemento che rimane ancora poco pensato: la pervasività della realtà virtuale nella vita contemporanea. Al tempo del Concilio questo elemento aveva uno spessore del tutto diverso, ma fu chiara la percezione di essere immersi in un mondo in rapida trasformazione, che suscitava il «dovere permanente (…) di scrutare i segni dei tempi» (Gaudium et spes 4; EV 1/1324).

Cosa significa, nel tempo del COVID-19, scrutare i segni dei tempi? Si tratta di una categoria usata e abusata, che rischia la riduzione a slogan, senza che se ne colga la valenza teologica.1 Eppure durante l’iter d’elaborazione di Gaudium et spes, questa categoria ha assunto un ruolo determinante;2 Chenu ne promosse la comprensione e ricordava come non fosse semplice riconoscerli e interpretarli: occorreva uno sguardo nuovo, uno sguardo evangelico3. È questo il compito arduo che viene affidato in questi giorni ai cristiani. Dove si colloca la realtà virtuale? È illusione o opportunità?

Il corpo virtuale
Realtà virtuale e rito hanno in comune una grammatica sottesa, quella del corpo:4 una sorta di linguaggio sinestetico che va a toccare i neuroni e passa attraverso le sinapsi, molto prima di arrivare ai concetti;5 questa grammatica origina una forma di linguaggio reticolare capace, meglio di altri, di reggere e d’interpretare la complessità del reale, promuovendo il passaggio a un modello esperienziale di tipo immersivo (ove il soggetto è immerso nell’oggetto e lo sperimenta).

La realtà virtuale non è un artefatto o un inganno; essa è una realtà, esiste per mezzo di cause e produce effetti fisici assai potenti: è un nuovo spazio esistenziale6 che si colloca tra l’immaginazione o il potenziale presenti all’interno dell’uomo (intra-corporeo), e la realtà tout court esterna a lui (inter-corporeo). Uno spazio intermedio, quindi, che non va confuso con la realtà in sé, che non era disponibile alle precedenti generazioni, che è capace di produrre esperienze e d’incidere sulla trasmissione della fede.

La domanda che sorge, dunque è: se essa è una realtà, che cosa ne garantisce l’autenticità? La risposta è, come per tutte le esperienze, il suo legame con il referente fisico, ovvero il suo collegamento con l’ente.

In una «porzione di Chiesa» qual è il referente fisico? Ovvero dove i corpi s’incontrano? Nell’assemblea liturgica riunita, nella vita della parrocchia o della propria comunità, nell’annuncio che si riceve dai corpi viventi dei testimoni che vivono con me (catechista, sacerdote, educatore…). Sul valore dei corpi che si incontrano poggia la possibilità di leggere le proposte attuali nella loro valenza positiva e problematica.

I new media presentano notevoli vantaggi e offrono possibilità prima sconosciute, nei confronti di coloro che non appartengono a una fede, a una Chiesa, a dei corpi-altri. Il punto di partenza è quello della «nuova evangelizzazione» o dei «ricomincianti»: costoro non vivono alcun legame con una comunità di credenti, la Rete offre a questa stessa comunità la massima estensione, la possibilità di farsi presente, anche a chi non la incontrerebbe altrimenti.

Se, però, il valore dei corpi che s’incontrano è l’elemento di rilievo nel rapporto rivelazione/fede, ne consegue che l’approccio virtuale non è sufficiente. A un primo livello, il fatto che il papa o il vescovo diocesano possano arrivare in ciascuna e in tutte le case con molta più facilità di quanto possa fare il parroco, introduce una deviazione da una presenza reale data dal contatto con il referente fisico della «mia comunità», a una presenza meta-fisica offerta dalla figura di un leader che con scarsa probabilità s’incontrerà fisicamente nelle proprie giornate; questo elemento problematico è solo in parte compensato dalla possibilità offerta, per numerosi cristiani, di essere introdotti a una miglior conoscenza del vescovo alla cui Chiesa appartengono, che viene normalmente percepito come assai lontano dalla propria realtà.

Un grande spazio aperto
La problematicità si fa però più acuta quando si tratta di calare la polarità intra/inter corporeo nell’esperienza dei sacramenti: poter percepire un ente non è ancora la sua presenza reale. Manca sempre un elemento: l’hic et nunc.8 La tecnologia produce una sorta di magia, nel senso che permette di percepire realmente e sensibilmente una cosa che qui non c’è. La questione virtuale tratta di una riproduzione anche fedelissima del reale, ma che non esaurirà mai il reale in tutte le sue dimensioni: è solo uno spazio intermedio, appunto.

L’evento liturgico sacramentario non è quindi totalmente riproducibile anche se può essere perfettamente riprodotto, perché il percepirlo non incorpora di per sé l’hic et nunc: l’esserci dell’evento è nell’evento stesso. Questi cenni di lettura del rapporto tra rito e new media permettono d’affermare una presenza a differenti livelli, dipendente sempre dal grado di legame con il significante fisico. Un più ampio livello, che qui non consideriamo, viene certamente dalle potenziate possibilità di percezione estetica che il virtuale pone in essere, dilatando le estensioni sensibili dell’umano; sarebbe possibile trovare in esso altri e differenti vantaggi e limiti.

Tuttavia rimane una linea di demarcazione per quanto concerne la celebrazione del sacramento e della liturgia che impongono la presenza reale dei corpi che s’incontrano.

Per questo è urgente non farsi trarre in inganno dal potere e dalla rapidità dei new media. In effetti sembrerebbe essere più autentico l’utilizzo di strumenti meno sofisticati ma che orientano nella direzione del referente fisico della comunità, piuttosto che indebolirne il legame in favore di una strumentazione più accattivante e più efficiente che portasse il fedele altrove da dove si trova il suo e altrui corpo.

Eppure, qui e ora, questa agorà nuova è attiva, è frequentata e interroga. È uno spazio aperto, nel quale è possibile far risuonare il Vangelo, e che non si chiuderà alla fine dell’emergenza. Senza demonizzazioni, e senza pretese sostitutive, essa chiede d’essere integrata in una pastorale più ampia. Le attività della pastorale corrente sono state in massima parte sospese, e la storia ha fatto implodere, inaspettatamente, il comodo «si è sempre fatto così» (cf. Evangelii gaudium, n. 33).

Stare nel nuovo è però compito da affrontare sinodalmente, fedeli e pastori, investendo tutte le energie già impegnate nella comunità e che chiedono di essere riconvertite per i nuovi scenari. Oggi si tratta di esserci, affiancando proposte concrete, incontri personali, condivisioni multimediali, attivando ogni risorsa di fantasia e di fede.

Sono in gioco, in questo frangente storico ed ecclesiale, questioni enormi. La dimensione che qui è stata dischiusa, pur nella sua parzialità, appartiene a un quadro generale di riforma della Chiesa, che è in atto. Essa, in molti modi, si sta generando anche dal basso, dalla realtà storica e sociale, e chiede di essere colta, pensata e consapevolmente gestita.

Assunta Steccanella,
Lorenzo Voltolin*

* Gli autori sono docenti alla Facoltà teologica del Triveneto, sede di Padova.

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